domenica 25 febbraio 2018

Il 4 marzo si vota anche in Svizzera: ecco come funzionano lo stato e la democrazia in un paese Federalista





Il 4 marzo si vota anche in Svizzera: ecco come funzionano lo stato e la democrazia in un paese Federalista


In Svizzera il 4 marzo si svolgeranno due votazioni per cambiare la Costituzione. Si tratta:


1) Di un “referendum obbligatorio” su un decreto approvato il 16 giugno 2017 dalle due Camere riunite in assemblea. I due terzi dei soldi che oggi incassa la Confederazione (da qui in avanti la chiamo “lo Stato”, così è più chiaro) sono generati dall’IVA e da una “imposta federale diretta sui redditi”. Le entrate totali dello Stato Svizzero nel 2015 sono state 67,58 miliardi di franchi, di cui 43 generati da IVA (per la maggior parte dei beni l’IVA è dell’8 per cento) e dalla imposta sui redditi, che è dell’8,5 per cento sugli utili delle imprese, mentre i redditi delle persone fisiche sono tassati con una aliquota progressiva che arriva al massimo all’11,5 per cento. Il diritto dello Stato di incassare questi soldi è previsto nella Costituzione, ma non è eterno. C’è un limite temporale che i Cantoni e i cittadini svizzeri rinnovano periodicamente. L’ultimo rinnovo (se non sbaglio era il nono) copriva il periodo dal 2007 al 2020. Dunque lo Stato Svizzero fino al 2020 ha il diritto di incassare questi quattrini, ma se tra dieci giorni i cittadini e i Cantoni non approveranno il nuovo prolungamento dell’attuale ordinamento finanziario , che è previsto fino al 2035 dal decreto oggetto del “referendum obbligatorio” del 4 marzo, lo Stato Svizzero dal primo gennaio 2021 non incasserà più né l’IVA né l’imposta federale sui redditi. Lo Stato perderebbe in questo modo circa il 63% delle sue entrate.


Il decreto delle due Camere sarà sicuramente approvato, ma io trovo fantastico che siano i cittadini a decidere quanti soldi dare allo Stato perché svolga i compiti che gli enti territoriali (i Cantoni) gli delegano. Questo è importante: non dimentichiamo che in quel fortunato paese la sovranità non è dello Stato centrale ma è degli enti territoriali. Sono loro, i Cantoni, i titolari della sovranità. Non lo Stato! E sono loro che decidono quali compiti delegare allo Stato, che in questo modo non è un “padreterno contro natura” come da noi, ma è al servizio degli enti territoriali e svolge i compiti che gli vengono delegati. Ho scritto sopra che nel 2015 tutte le entrate dello Stato Svizzero sono state di 67,58 miliardi di franchi. Ebbene, questa cifra il nostro paese la spende per pagare 267 giorni di interessi passivi sul debito pubblico! E per favore non venite a dirmi che “la Svizzera è piccola”. La Svizzera è grande il doppio della Lombardia e più o meno abbiamo gli stessi abitanti: quindi io la situazione della Lombardia la confronto con la Svizzera. Ed è per questo che spero che Fontana, Gori e gli altri futuri consiglieri della Regione Lombardia dopo il 4 marzo lavorino assieme per i cittadini invece di perdere tempo ed energie in assurde “lotte”, polemiche e dispetti. Il Federalismo è anche questo: “diversi” che lavorano assieme per realizzare un obiettivo comune. Questa è un’altra delle cose che dovremmo imparare dai nostri vicini rossocrociati. Oggi i membri del governo della Svizzera rappresentano i quattro partiti maggiormente votati alle ultime elezioni: l’UDC (Unione democratica di centro, che alle ultime elezioni ha ottenuto il 29 per cento), il PS (Partito socialista svizzero, 19 per cento), il PLR (i liberali radicali, 16 per cento) e il PPD (il Partito popolare democratico, 12 per cento). In totale: 76 per cento. Noi perdiamo tempo a blaterare di “inciuci” mentre il paese cola a picco, loro, pur essendo diversissimi tra di loro, lavorano assieme per i cittadini!


2) Di una “iniziativa popolare”* per cambiare l’articolo 93 della Costituzione. Si tratta non solo di abolire il canone radiotelevisivo di 451 franchi che oggi si paga in Svizzera ma anche di modificare l’articolo 93 della Costituzione (“Radiotelevisione”) in modo che lo Stato non sovvenzioni alcuna emittente radiotelevisiva, non gestisca emittenti proprie e metta all’asta le concessioni. I giovani liberali che hanno raccolto le 100.000 firme necessarie per mettere in votazione questo cambiamento della Costituzione ritiene: a) che oggi, grazie al canone, la SSR (Società Svizzera di Radiotelevisione) gode di una posizione privilegiata e ostacola le emittenti private; e che b) l’abolizione del canone consentirebbe una concorrenza più leale. Il canone di 451 franchi corrisponde a circa 390 euro, è senz’altro il più alto d’Europa, ed è necessario perché si tratta di rispettare quattro lingue (Tedesco, Francese, Italiano e Romancio) e più di quattro differenti culture, storie e tradizioni. Il Governo e le due Camere del Parlamento raccomandano di respingere questa rivoluzionaria iniziativa popolare, ma il voto del Parlamento non è stato alla unanimità. Infatti il Consiglio Nazionale ha respinto l’iniziativa con 129 voti, contro 33 favorevoli e 32 astensioni, mentre il Consiglio degli Stati ovviamente ha decisamente respinto l’iniziativa dei giovani liberali con 41 voti contro 2 favorevoli e 1 astensione. Credo che questa iniziativa popolare il 4 marzo sarà respinta, ma siamo abbastanza sul filo di lana. E’ interessante vedere gli argomenti a favore e quelli contrari.


Il comitato di iniziativa dice, tra le altre cose: 1) Se il canone venisse abolito, nelle tasche delle famiglie resterebbero ogni anno 451 franchi in più da spendere liberamente. 2) L’abolizione del canone stimolerebbe l’economia svizzera perché il potere d’acquisto aumenterebbe di 1,37 miliardi di franchi all’anno. 3) L’eliminazione del canone genererebbe una SSR (Società Svizzera di Radiotelevisione) libera e indipendente, perché attualmente è il Governo che stabilisce l’importo del canone e che nomina direttamente alcuni membri del consiglio d’amministrazione della società. C’è dunque, a giudizio dei giovani liberali, un rapporto di dipendenza “malsano” tra la SSR e lo Stato. Abolire il canone obbligatorio significherebbe consentire a una SSR libera di esercitare il proprio ruolo di “quarto potere” e di seguire con occhio critico l’operato della potente classe politica senza dover temere di perdere una grossa fetta delle proprie entrate. 4) La gestione dei proventi del canone oggi è una responsabilità dello Stato e i cittadini che hanno raccolto le firme di questa iniziativa popolare considerano spropositati certi stipendi. Per esempio, quello del direttore generale della SSR di 536.314 franchi nel 2016 (circa 465 mila euro). Con linguaggio poco “svizzero” leggo dichiarazioni di questo tenore: “E’ ora di dire basta a questo furto ai danni del Popolo”.


Alcuni degli argomenti per il “no” del Governo invece sono questi: 1) “L’iniziativa esige il passaggio a un sistema di finanziamento della radio e televisione puramente commerciale. Buona parte dell’attuale offerta, tuttavia, non può finanziarsi esclusivamente sul mercato. L’iniziativa minaccia la sopravvivenza della SSR come pure di numerose altre emittenti radiotelevisive e condurrebbe a un significativo impoverimento dell’offerta: molte trasmissioni sulla Svizzera scomparirebbero”. 2) “La SSR e le radio locali e tv regionali con partecipazione al canone offrono al pubblico di tutte le quattro regioni linguistiche un’ampia gamma di trasmissioni e danno spazio alle varie opinioni. Senza il canone, questa offerta verrebbe drasticamente ridotta. In un Paese a democrazia diretta come la Svizzera un’informazione pluralistica ed equivalente in tutte le regioni è invece essenziale per la formazione delle opinioni; è un servizio prestato ai cittadini e un utile riferimento. 3) Più è piccolo il mercato, tanto più pesanti sarebbero le ripercussioni della eliminazione del canone. Le regioni periferiche verrebbero tagliate fuori, poiché il loro pubblico e i loro introiti pubblicitari non basterebbero a coprire gli elevati costi fissi di produzione delle trasmissioni. 4) Se l’iniziativa venisse accettata e si passasse a un sistema di finanziamento puramente commerciale, il grado di dipendenza da finanziatori privati e gruppi imprenditoriali esteri aumenterebbe, e con esso il pericolo di ingerenze politiche. 5) La Svizzera sarebbe il primo Paese in Europa ad abolire il servizio pubblico nel settore della radio e della televisione. Promuovendo un orientamento esclusivo al mercato, l’iniziativa accetta l’eventualità che la qualità diminuisca e che si produca soltanto ciò che è redditizio. Si assisterebbe così a uno smantellamento dell’offerta contrario allo spirito Federale della Svizzera, che è quello di garantire a tutte le lingue un’offerta equivalente.


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* Ricordo che dal 1891 gli aventi diritto di voto possono chiedere di sottoporre a votazione popolare una loro proposta di modifica della Costituzione. Per la riuscita formale di una “iniziativa popolare” sono necessarie le firme di 100 mila aventi diritto di voto, raccolte entro il termine di 18 mesi. Il Consiglio federale (vale a dire il Governo) e il Parlamento raccomandano di accettarla o di respingerla. E poi si vota. Le “iniziative” non sono emanate dal Parlamento o dal Governo, ma dai cittadini. Sono un elemento motore della democrazia diretta. Con l’iniziativa popolare i cittadini possono chiedere una modifica della Costituzione, non però di una legge. Per approvare nuove leggi o per modificarle ci sono i “referendum facoltativi”, per i quali bastano 50 mila firme. Questi referendum facoltativi valgono anche per i trattati internazionali. Le 50 mila firme devono essere raccolte in 100 giorni. Per la validità delle votazione basta la maggioranza semplice, senza quorum. I referendum facoltativi sono stati introdotti nel 1874.


di Giancarlo Pagliarini, in Politica, Quotidiano, del

lunedì 6 novembre 2017

Elezioni in Sicilia, vince Musumeci con il 39,8%. A Cancelleri il 34,7%. Sconfitta pesante per il centrosinistra



Successo del centrodestra sul Movimento 5 stelle. Micari si ferma al 18,7%, Fava al 6,1%


ARTICOLO INTEGRALE  VAI AL SITO LA REPUBBLICA:IT


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LA NUOVA ASSEMBLEA REGIONALE

lunedì 16 ottobre 2017

Mobilità, sicurezza, ambiente e cultura: Milano e San Paolo rafforzano gli ambiti della collaborazione

Si è svolto a Palazzo Marino l’incontro tra i rappresentanti delle due Amministrazioni, per ribadire l’impegno preso nel 1961.
sanpaolo.jpg
Milano, 13 ottobre 2017 – Mobilità, sicurezza, ambiente e cultura. Sono questi gli ambiti su cui le città di Milano e di San Paolo si sono impegnate a lavorare insieme, in vista di un futuro accordo di collaborazione, per dare forma sempre più concreta al gemellaggio che le vede unite dal 1961.
Per quanto differenti nelle dimensioni, infatti, Milano e San Paolo sono città innovative, dinamiche e attrattive, un punto di riferimento sia per le rispettive aree metropolitane sia per i rispettivi Paesi, l’Italia e il Brasile.
I rappresentanti delle due Amministrazioni si sono incontrati questa mattina a Palazzo Marino, dove hanno discusso delle sfide che entrambe le città sono chiamate ad affrontare e della possibilità di condividere soluzioni pratiche a problemi comuni: dall’efficienza del sistema di raccolta dei rifiuti milanese che la città brasiliana considera un modello da replicare all’azione coordinata sul fronte della sicurezza.
L’incontro di oggi segna dunque un nuovo passo avanti nella storia delle relazioni tra il capoluogo lombardo e la città brasiliana.

mercoledì 11 ottobre 2017

La Catalogna di fronte all'Europa




Rajoy chiede chiarimenti, Psoe accusa Puigdemont



Non è piaciuta a nessuno la dichiarazione d’indipendenza a ‘metà’ del presidente Puigdemont, non ha soddisfatto gli indipendentisti così come non è stata gradita da Madrid. Dopo il discorso ddi Barcellona, ora a rispondere è il premier Mariano Rajoy che chiede chiarimenti a Carles Puigdemont sulla dichiarazione (o meno) dell’indipendenza della Catalogna.
“Il Consiglio dei ministri ha concordato di chiedere formalmente alla Generalitat di confermare se ha dichiarato l’indipendenza della Catalogna”, è questo il comunicato che arriva alla fine dei lavori del consiglio dei Ministri straordinario convocato mercoledì mattina sulla crisi catalana, il giorno dopo l’atteso discorso del presidente catalano.
In seguito si valuterà come procedere, compreso il ricorso all’articolo 155 della Costituzione, che prevede la sospensione dell’autonomia di una regione e di cui “la richiesta di chiarezza” è il primo passo formale. L’articolo 155 non specifica infatti quali ‘poteri speciali’ possano essere esercitati dal governo spagnolo, che sembra così essere autorizzato a mettere in campo qualunque strumento per porre rimedio alla questione e obbligare la Catalogna “all’adempimento forzato” degli “obblighi imposti dalla Costituzione o dalle altre leggi”.
Attraverso questo specifico articolo della Costituzione, infatti, Rajoy e il suo governo potrebbero, almeno in teoria e previa autorizzazione del Senato, adottare provvedimenti che spazierebbero dalla diminuzione dei poteri ai membri del Parlamento catalano alla sostituzione del presidente della Generalitat de Catalunya, Carles Puigdemont, con un rappresentante nominato dall’esecutivo iberico, fino alla convocazione di nuove elezioni e, addirittura e nel peggiore fra gli scenari possibili, allo scioglimento del Parlamento.
E mentre il leader di Ciudadanos, Albert Rivera, si sta orientando verso la possibile attuazione dell’articolo 155 della Costituzione, che di fatto commissaria la Catalogna, il PSOE accusa Puigdemont di aver abusato della buona fede di chi ha chiesto la mediazione e appoggia pienamente il Governo presieduto da Rajoy. Il primo ministro spagnolo si è incontrato nella notte con il leader del partito socialista Pedro Sanchez che ha ha fatto sapere che il Psoe, il principale partito di opposizione, appoggerà “le misure costituzionali” che prenderà il premier Mariano Rajoy nella crisi catalana se a risposta del presidente Carles Puigdemont al suo ultimatum sarà negativa e dichiarerà quindi ufficialmente l’indipendenza della Catalogna.

lunedì 9 ottobre 2017

Perché la Catalogna se ne vuole andare


NOTA di Giancarlo Pagliarini RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO
Buongiorno.

Questa settimana sarà cruciale per Catalogna e Spagna.

Il primo di Ottobre ho partecipato al referendum della Catalogna come “osservatore internazionale” . Nella circostanza ho avuto anche modo di discutere con membri del loro Parlamento, sia di maggioranza, che di opposizione, ed ho avuto la conferma che il momento d’inizio di tutto quello che sta succedendo in questi giorni  è il 28 giugno 2010.

In breve:

*        Dal 1978 esistono in Spagna 17 Comunità autonome. Sono previste dal Titolo VIII della Costituzione del 1978, con la quale era stato disegnato un ordinamento di tipo regionale dopo il  centralismo del periodo della dittatura franchista.         

*        Nel 1979, quattro anni dopo la morte di Franco, era stato approvato anche  lo Statuto della Catalogna

*        Per poco meno di 30 anni, dal 1979 al 2006,  in Catalogna si è lavorato  per migliorare quel testo. Nel 2006 il Parlamento Catalano , con il voto favorevole di 120 membri su 135, aveva presentato il testo di un nuovo Statuto al governo di Madrid.

*        Le due Camere del Parlamento Spagnolo lo avevano esaminato, emendato e approvato. Mariano Rajoy era all’opposizione

*        Dopo l’approvazione di Madrid il 18 Giugno 2006 quel testo era stato approvato con referendum dal popolo Catalano. I voti favorevoli erano stati del 73,9%, e il re lo aveva firmato.

*        Tutto a posto? Purtroppo no: Mariano Rajoy va al governo, vengono raccolte delle firme e il 28 Giugno 2010 la corte costituzionale riscrive 14 articoli e cambia l’interpretazione di altri 27  articoli di quello  Statuto che era stato approvato quattro anni prima dal Parlamento Spagnolo

*        Se la corte costituzionale non avesse disatteso, dopo quattro anni, la decisione del Parlamento Spagnolo adesso la situazione sarebbe diversa. Jacopo Rosatelli ha scritto sul Manifesto dell’8 Ottobre che  “la separazione dal resto della Spagna era un’opzione difesa da settori ultra-minoritari”. La sentenza della corte costituzionale del 28 Giugno 2010 ha quadruplicato il numero dei secessionisti e gli interventi e le botte dispensate dalla  Guardia Civile l’1 Ottobre hanno fatto crescere il loro numero al 70-80%  stimato in questi giorni. Per la cronaca, tutti i “secessionisti” con cui ho discusso non mi hanno parlato di tasse o di economia: la parola più ripetuta era “dignità”.

 

Le allego  un articolo che ho appena pubblicato su questo argomento.

 

Con viva cordialità





Perché la Catalogna se ne vuole
andare
Ecco la lunga storia del rapporto tormentato tra
Barcellona e Madrid, tra richieste di autodeterminazione
e protervia centralista. Fino alla data chiave del 28
giugno 2010, quando la Corte Costituzionale annulla
anche lo Statuto di Autonomia. È lo strappo finale, e
l'esito ultimo è il referendum...
di Giancarlo Pagliarini

In questi giorni la Catalonia è sulle prime pagine di tutti i giornali. Domenica 1 Ottobre in Catalonia
è stata scritta una importantissima pagina di storia. Vediamo come si è arrivati al referendum,
anche perché non tutti sanno che “è tutta colpa del 28 Giugno 2010”.
1) Nel 1931 era stata proclamata la Repubblica Catalana all’interno della Federazione iberica. Lo
ricordo perché mi da molto fastidio leggere che i Catalani adesso vogliono la secessione perché sono
ricchi e non vogliono mantenere i territori più poveri. È una sciocchezza.
2) Quella autoproclamazione preoccupò il governo provvisorio della nuova Seconda Repubblica
Spagnola. Quei signori erano meno (autocensura) di Mariano Rajoy e del re Filippo VI e
mandarono a Barcellona tre ministri con il compito di trovare una mediazione. Fu così che nacque la
Generalitat de Catalunya, dotata forme di autonomia
3) Ometto il resto. Conclusa la Guerra civile spagnola nel 1939, la dittatura militare abrogò le
istituzioni catalane, più di 200 mila andarono in esilio, il Presidente della Catalonia Lluis Companys
venne giustiziato, venne perfino vietato l’uso della lingua catalana eccetera eccetera. In pratica
da quel momento in Catalonia dovevi avere il permesso di Madrid anche per respirare.
4) Nel Dicembre 1978 si approva la nuova Costituzione e il regime franchista si converte in una
monarchia parlamentare. Silvia Ragusa scrive su Linkiesta del 2 Ottobre 2017: “… il primo ottobre
non ha a che fare solo con un referendum per l’indipendenza: la Catalogna si ribella contro un partito
popolare che in quegli anni agglutinava ex dirigenti franchisti,…. In quarant’anni di democrazia,
nessun politico, né del partito popolare, né del partito socialista, si è mai interrogato su alcune
questioni chiave per la democrazia spagnola: indire un referendum che tasti il polso delle
preferenze attuali tra una monarchia o una repubblica; abbattere el Valle de los Caídos, dove ancora
oggi giace preservato il dittatore….”
5) Lo Statuto di autonomia della Catalonia è del 1979. Ma non piace ai Catalani, non è rispettato
dallo stato centrale e non identifica le caratteristiche e la diversità della Catalonia all’interno
di una Spagna pluralistica
6) Elezioni del 2003: l’88% degli eletti nel parlamento della Catalonia sono a favore di un nuovo
Perché la Catalogna se ne vuole andare - L'intraprendente | L'intraprendente 06/10/17, 21)27
http://www.lintraprendente.it/2017/10/perche-la-catalogna-se-ne-vuole-andare/ Pagina 2 di 3
Statuto di autonomia che sostituisca quello del 1979. Zapatero si impegna a supportare il nuovo
Statuto che la Catalonia dovrà presentare al Parlamento di Madrid per la sua approvazione.
7) Settembre 2005. Il parlamento Catalano approva il nuovo Statuto di autonomia con 120 voti a
favore su 135 e lo presenta a Madrid. Le leggi che tanto piacciono a Mariano Rajoy e al re prevedono 1)
che il documento deve essere approvato dal parlamento di Madrid e 2) che dopo dovrà essere
approvato dai cittadini catalani con un referendum
8) Maggio 2006. Le due camere del Parlamento spagnolo approvano il nuovo Statuto di autonomia
della Catalonia, dopo averlo significativamente modificato, riducendo le libertà e la dignità della
Catalonia.
9) Giugno 2006. In Catalonia Zapatero viene criticato per non aver mantenuto le promesse
fatte nel 2003 (vedi il precedente punto 6). Il testo emendato uscito dal Parlamento di Madrid viene
comunque approvato dai cittadini col referendum del 18 Giugno 2006. Il re firma il testo che diventa
una legge ufficiale dello stato spagnolo. In quel testo la Catalonia è riconosciuta come una
“nazione” all’interno dello stato spagnolo.
10) Tutto a posto dunque? Nemmeno per sogno, perché dopo quattro anni, il 28 Giugno 2010, la
corte costituzionale, con una maggioranza di 6 membri contro 4, riscrive 14 articoli dello Statuto
di autonomia (approvato 4 anni prima dal Parlamento di Madrid ed approvato dai cittadini con
referendum!) e reinterpreta altri 27 articoli. La parola “nazione” viene cancellata. Quello che sta
succedendo in questi giorni è stato deciso da 10 signori seduti in una stanza con le porte
chiuse: incredibile! Questo perché Mariano Rajoy (a mio modesto giudizio in pieno accordo col re)
aveva cominciato subito, nel 2006, a raccogliere firme e a lavorare perché lo Statuto di Autonomia
approvato dal parlamento di Madrid fosse “assassinato”. Ci è riuscito. Ed è riuscito anche a
quadruplicare il numero degli indipendentisti Catalani.
11) Alla “Diada” dell’11 Settembre 2012 più di 1,5 milioni di cittadini protesta contro la decisione dei
dieci giudici della corte costituzionale. Come reazione alla assurda decisione di “uccidere” lo Statuto di
Autonomia si grida che la Catalonia sarà un prossimo stato membro dell’Unione Europea. Il
governo di Madrid e il re non fanno una piega, continuano a non capire niente dei Catalani.
12) Novembre 2012. Elezioni in Catalonia. 107 membri del Parlamento su 135 , a questo punto ,
anche sulla base del comportamento di Madrid, sono a favore di un referendum per l’indipendenza.
13) Marzo 2013. Il Parlamento Catalano chiede al Presidente Artur Mas di negoziare col governo di
Madrid lo svolgimento di un referendum per l’autodeterminazione della Catalonia. Il re non parla (e
in Catalonia cominciano a chiamarlo il “desaparecido”) e da Madrid arrivano solo dei no
14) Diada dell’11 Settembre 2013: una catena umana di 400 km dal nord al sud della Catalonia chiede
l’indipendenza. Da Madrid niente.
15) Gennaio 2014. Il Parlamento della Catalonia chiede formalmente al governo di Madrid di
trasferire a Barcellona i poteri necessari per organizzare un referendum sulla indipendenza, come
Westminster aveva appena fatto con la Scozia. Questa richiesta formale è stata ormai avanzata
18 volte. Diciotto!
16) Diada dell’11 Settembre 2014. È la Diada numero 300. Tutto era cominciato nel 1714. I discorsi
ufficiali si fanno alle 17 e 14 del pomeriggio. Alla Diada partecipano 1,8 milioni di cittadini. Di tutta
Europa. Con i colori giallo e rosso della magliette si forma a Barcellona una enorme V , che sta per
VOTO“. Il vertice è nella nuova piazza de las Glories e le due gambe sono lungo la Diagonal e lungo
la Gran Via. Da Madrid sempre niente.
17) 19 Settembre 2014. A differenza di Londra Madrid continua a non dare il permesso. Assurdo! E
allora il Parlamento Catalano decide di “consultare i cittadini”. Il 27 Settembre il Presidente Artur
Mas firma il decreto per la consultazione, che avverrà il 9 Novembre
18) 29 Settembre 2014: solo due giorni dopo la firma, ecco che la corte costituzionale interviene e
sospende temporaneamente anche la consultazione popolare decisa dal Parlamento
Catalano
19) 4 Ottobre 2014. 920 sindaci, su un totale di 947, vanno a Barcellona e chiedono di effettuare la
“consultazione popolare” fissata per il 9 Novembre
20) 14 Ottobre 2014. La corte costituzionale sospende temporaneamente la “consultazione popolare”?
Va bene, nessun problema, scatta il piano B. Invece di chiamarla “consultazione popolare” si decide di
chiamarla ” partecipazione dei cittadini alle decisioni” , una procedura prevista dallo Statuto di
Autonomia , quello decapitato dalla corte costituzionale il 28 Giugno 2010.
21) 4 Novembre 2014. Naturalmente la corte costituzionale sospende anche il referendum per la
“partecipazione dei cittadini alle decisioni”. Ma di cosa hanno paura? Perché continuano a impedire
ai cittadini di dire come la pensano?
22) La corte continua a bloccare tutto? Ma a Madrid non sanno di che pasta sono fatti i Catalani. In
tempo reale ecco che molte organizzazioni non governativo (NGO: non governamental
organizations) saltano fuori e sono loro che organizzano il referendum
23) 9 Novembre 2014. Si svolge il referendum . Votano più di 2,3 milioni di cittadini, con questi
risultati: 80,76% vuole l’indipendenza. 4,54% non vuole cambiare niente. 10,07% vuole cambiare
ma non necessariamente con un processo di indipendenza. Il resto sono schede nulle
24) 12 Novembre 2014. Questa volta Madrid non sta zitta. Rajoy dice che quello del 9 Novembre non
era stato un voto democratico ma un atto di propaganda politica. Avevano votato in 2,3 milioni ma
questa non sembra sia una informazione importante.
Perché la Catalogna se ne vuole andare - L'intraprendente | L'intraprendente 06/10/17, 21)27
http://www.lintraprendente.it/2017/10/perche-la-catalogna-se-ne-vuole-andare/ Pagina 3 di 3
25) 21 Novembre 2014. Lo stato spagnolo incrimina
il Presidente Mas , due dei suoi ministri e alcuni
funzionari perché non hanno bloccato il referendum e per
altri delitti.
26) 27 Settembre 2015. Si decide di fare nuove elezioni in
Catalonia. I partiti che dichiarano di volere
l’indipendenza prendono il 47,8% dei voti, e il 13,1% va a
partiti a favore del principio di “autodeterminazione”. In
totale 60,9%. Gli “unionisti” con Madrid raccolgono il
39,1%
27) Marzo 2017. L’ex Presidente Artur Mas viene
formalmente condannato per il referendum del 9
Novembre 2014. Sono in corso altri 400 processi per gli
stessi “delitti” : voler far votare i cittadini e cose
del genere.
28) 22 Maggio 2017. Il Governo della Catalonia ( il
Presidente Puigdemont, il vice Presidente Junqueras e il
ministro degli esteri Romeva) va ancora formalmente a
Madrid a chiedere di poter far parlare i cittadini. Di
poterli fare votare. Nel giro di 24 ore Rajoy risponde che
non ci sarà nessun referendum.
29) 9 Giugno 2017. A questo punto Carles Puigdemont, che è il Presidente della Catalonia dal 10
Gennaio 2016 , annuncia che i cittadini Catalani devono poter votare. Si svolgerà un Referendum e la
domanda sarà “Vuoi che la Catalonia diventi una Repubblica indipendente?
30) Il Parlamento della Catalonia approva la legge sul referendum del 1 Ottobre 2017. È la legge
numero 19/2017. Sono 34 articoli. L’articolo 1 fa riferimento ai diritti civili e politici, economici,
sociali e culturali approvati dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 19 Dicembre
1966. L’articolo 4 prevede (comma 4) che, se vinceranno i “SI” “dins els dos dies següents a la
proclamació dels resultats oficials per la Sindicatura Electoral, celebrarà una sessió ordinària per
efectuar la declaració formal de la independència de Catalunya, concretar els seus efectes i iniciar el
procés constituent”. Il comma 5 invece prevede nuove elezioni se vinceranno i “NO”. Sappiamo che
hanno stravinto i “SI” e quindi probabilmente lunedì il Parlamento proclamerà formalmente
l’indipendenza della Catalonia. Vedremo cosa succederà, senza dimenticare la (assurda!) sentenza
della corte costituzionale del 28 Giugno 2010