domenica 4 marzo 2018

Socialismo, nè sinistra nè destra


di Alain De Benoist - 22/01/2014

Fonte: criticasociale

1l gennaio 1905, il «regolamento» della Sezione francese dell'Internazionale operaia (SFIO) – il partito socialista dell'epoca – indicava ancora quest'ultima come un «partito della classe operaia che si prefigge di socializzare i mezzi di produzione e scambio, ossia di trasformare la società capitalistica in società collettivista o comunista, attraverso l'organizzazione economica e politica del proletariato». Beninteso, nessun partito «socialista» oserebbe oggi dire una cosa del genere, essendo i socialisti diventati socialdemocratici o social-liberali.
Che oggi la «sinistra», nella sua quasi totalità, sia divenuta riformista, che abbia aderito all'economia di mercato, che si sia progressivamente separata dai lavoratori e dalle classi popolari, non è certo una rivelazione. Lo spettacolo della vita politica ne è una ininterrotta dimostrazione. Per questo, ad esempio, le grida della sinistra sono così deboli nella grande tormenta finanziaria mondiale attuale: semplicemente, essa non è disposta più della destra a prendere le misure che permetterebbero di intraprendere una vera guerra contro l'influenza planetaria della Forma-Capitale. Come osserva Serge Salimi, «la sinistra riformista si distingue dai conservatori per il tempo di una campagna elettorale grazie a un effetto ottico. Poi, quando le è data l'occasione, si adopera a governare come i suoi avversari, a non disturbare l'ordine economico, a proteggere l'argenteria della gente del castello».
La domanda che si pone è: perché? Quali sono le cause di questa deriva? La si può spiegare unicamente con l'opportunismo dei singoli, ex rivoluzionari divenuti notabili? Bisogna vedervi una lontana conseguenza dell'avvento del sistema fordista? Un effetto della congiuntura storica, cioè del crollo del blocco sovietico che ha annientato l'idea di una credibile alternativa al sistema di mercato?
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Le complexe d'Orphée, il suo ultimo libro pubblicato, Jean-Claude Michéa dà una risposta più originale e anche più profonda: la sinistra si è separata dal popolo perché ha aderito molto presto all'ideologia del progresso, che contraddice nettamente tutti i valori popolari.
Fondamentalmente orientata verso l'avvenire, la filosofia dei Lumi, come si sa, demonizza le nozioni di «tradizione», «consuetudine», «radicamento», vedendovi solo superstizioni superate e ostacoli alla trionfale marcia in avanti del progresso. Tendendo all'unificazione del genere umano e contemporaneamente all'avvento di un universo «liquido» (Zygmunt Bauman), la teoria del progresso implica il ripudio di ogni forma di appartenenza «arcaica», ossia anteriore, e la distruzione sistematica della base organica e simbolica delle solidarietà tradizionali (come fece in Inghilterra il celebre movimento delle enclosures, che costrinse all'esodo migliaia di contadini privati dei loro diritti consuetudinari, per convertirli in manodopera proletaria sradicata e dunque sfruttabile a volontà nelle manifatture e nelle fabbriche ). In un'ottica «progressista», ogni giudizio positivo sul mondo così com'era una volta rientra dunque necessariamente nell'ambito di un passatismo «nostalgico»: «Tutti coloro i quali – ontologicamente incapaci di ammettere che i tempi cambiano – manifesteranno, in qualunque campo, un qualsiasi attaccamento (o una qualsiasi nostalgia) per ciò che esisteva ancora ieri tradiranno così un inquietante “conservatorismo” o addirittura, per i più empi tra loro, una natura irrimediabilmente “reazionaria”». Il mondo nuovo deve essere necessariamente edificato sulle rovine del mondo di prima. Poiché la liquidazione delle radici forma la base del programma, se ne deduce che «solo gli sradicati possono accedere alla libertà intellettuale e politica» (Christopher Lasch).
Questa è la rappresentazione del mondo che, nel XVIII secolo, ha accompagnato l'ascesa sociale della borghesia e, con essa, la diffusione dei valori mercantili. Atteggiamento moderno corrispondente a un universalismo astratto nel quale Friedrich Engels vedeva, a giusta ragione, il «regno idealizzato della borghesia». (Anche Sorel, a suo tempo, aveva sottolineato il carattere profondamente borghese dell'ideologia del progresso). Ma anche antico comportamento monoteista che scaglia l'anatema contro le realtà particolari in nome dell'iconoclastia del concetto, vecchio atteggiamento platonico che discredita il mondo sensibile in nome delle idee pure.
La teoria del progresso è direttamente associata all'ideologia liberale. Il progetto liberale nasce, nel XVII secolo, dal desiderio di farla finita con le guerre civili e di religione, rifiutando al contempo l'assolutismo, ritenuto incompatibile con la libertà individuale. Dopo le guerre di religione, i liberali hanno creduto che si potesse evitare la guerra civile solo smettendo di appellarsi a valori morali condivisi. Erano favorevoli a uno Stato che, per quanto riguardava la «vita buona», fosse neutro.
Poiché la società non poteva più essere fondata sulla virtù, il buon senso o il bene comune, la morale doveva restare un affare privato (principio di neutralità assiologia). L'idea generale era che si poteva fondare la società civile solo sull'esclusione di principio di ogni riferimento a valori comuni – il che equivaleva, in compenso, a legittimare qualunque desiderio o capriccio che fosse oggetto di una scelta «privata».
Il progetto liberale, spiega Jean-Claude Michéa, ha prodotto due cose: «Da un lato, lo Stato di diritto, ufficialmente neutro sul piano dei valori morali e “ideologici”, e la cui unica funzione è di badare che la libertà degli uni non nuoccia a quella degli altri (una Costituzione liberale ha la stessa struttura metafisica del codice della strada). Dall'altro, il mercato auto-regolatore, che si presume permetta a ciascuno di accordarsi pacificamente con i suoi simili sull'unica base dell'interesse ben compreso delle parti interessate».
Lo Stato di diritto «assiologicamente neutro» è in effetti una doppia illusione. In primo luogo, la sua neutralità è completamente relativa: nella vita reale, i liberali affermano i loro principi e i loro valori con altrettanta forza degli antiliberali. Inoltre, la neutralità in materia di valori (la teoria secondo la quale lo Stato non deve pronunciarsi sulla questione della «vita buona», perché ciò lo indurrebbe a discriminare tra i cittadini) sfocia in pratica in contraddizioni insolubili, come dimostra la teoria dei diritti dell'uomo, che proclama diritti contraddittori, dato che alcuni di essi possono essere applicati solo a condizione di ignorarne o violarne altri. Queste contraddizioni sono costantemente sottoposte a procedure giudiziarie, ma non possono essere risolte in maniera puramente tecnica o procedurale.
La dicotomia destra-sinistra viene spesso fatta risalire alla Rivoluzione francese, dimenticando in tal modo che essa è davvero pienamente entrata nel discorso pubblico solo alla fine del XIX secolo. Alla vigilia della Rivoluzione, lo spartiacque principale non oppone la «destra» e la «sinistra», ma un'aristocrazia fondiaria dotata di potere politico e una borghesia mercantile acquisita alle idee liberali. Nessuno, in quell'epoca, difende veramente il popolo. Retrospettivamente, il libro di Michéa spiega d'altronde anche l'ambiguità della Rivoluzione francese: rivoluzione borghese, ma fatta in nome del «terzo stato» (e soprattutto della «nazione»), ispirata al contempo alle idee di Rousseau e del liberalismo dei Lumi, «progressista» con Condorcet, m affascinata dal'Antichità con Robespierre o Saint-Just.
Durante tutta la prima parte del XIX secolo, sono appunto i liberali a formare il cuore della «sinistra» parlamentare dell'epoca (il che spiega il senso che ha conservato oggi negli Stati Uniti la parola liberal). I liberali riprendono quell'idea fondamentalmente moderna consistente nel vedere nello «sradicamento dalla natura e dalla tradizione il gesto emancipatore per eccellenza e l'unica via d'accesso a una società “universale” e “cosmopolita». Benjamin Constant, per citare solo lui, è il primo a celebrare quella disposizione della «natura umana» che induce a «immolare il presente all'avvenire».
Mentre la III Repubblica vede la borghesia assumere a poco a poco l'eredità della rivoluzione del 1789, il movimento socialista si struttura in associazioni e partiti. Ricordiamo che la parola «socialismo» appare solo verso il 1830, in particolare in Pierre Leroux e Robert Owen, nel momento in cui il capitalismo si afferma come forza dominante. Il diritto di sciopero è riconosciuto nel 1864, lo stesso anno della fondazione della I Internazionale. Orbene, i primi socialisti, la cui base sociale si torva soprattutto tra gli operai di mestiere, non si presentano affatto come uomini «di sinistra». Michéa ricorda, d'altronde, che «il socialismo non era, in origine, né di sinistra né di destra»  e che non sarebbe mai venuto in mente a Sorel o a Proudhon, a Marx o a Bakunin di definirsi come uomini «di sinistra». A parte i «radicali», la «sinistra», all'epoca, non designa niente.
In origine, il movimento socialista si pone, in effetti, come forza indipendente, sia nei confronti della borghesia conservatrice e dei «reazionari» che dei «repubblicani» e di altre forze di «sinistra». Ovviamente, si oppone ai privilegi di caste legate alle gerarchie dell'Ancien Régime – privilegi conservati in altra forma dalla borghesia liberale – ma si oppone ugualmente all'individualismo dei Lumi, ereditato dall'economia politica inglese, con la sua apologia dei valori mercantili, già così ben criticati da Rousseau. Esso, dunque, non abbraccia le idee della sinistra «progressista» e comprende bene che i valori di «progresso» esaltati dalla sinistra sono anche quelli cui si richiama la borghesia liberale che sfrutta i lavoratori. In realtà, lotta, al contempo, contro la destra monarchica e clericale, contro il capitalismo borghese, sfruttatore del lavoro vivo, e contro la «sinistra» progressista erede dei Lumi. Si è così in un gioco a tre, molto differente dallo spartiacque destra-sinistra che si imporrà all'indomani della Prima Guerra mondiale.
È, d'altronde, contro il riformismo e il parlamentarismo della «sinistra» che il socialismo proudhoniano o il sindacalismo rivoluzionario soreliano oppongono allora l'ideale del mutualismo o dell'autonomia dei sindacati e la volontà rivoluzionaria all'opera nell'«azione diretta» – ideale che si cristallizzerà nel 1906 nella celebre Carta di Amiens della CGT.
I primi socialisti non erano nemmeno avversari del passato. Più esattamente, distinguevano molto bene ciò che, nell'Ancien Régime, rientrava nell'ambito del principio di dominazione gerarchica, da essi rifiutato, e ciò che dipendeva dal principio «comunitario» (la Gemeinwesen di Marx) e dai valori tradizionali, morali e culturali che lo sottendevano. «Per i primi socialisti, era chiaro che una società nella quale gli individui non avessero avuto più niente altro in comune che la loro attitudine razionale a concludere accordi interessati non poteva costituire una comunità degna di questo nome». Proprio per questo, Pierre Leroux, uno dei primissimi teorici socialisti, affermava non soltanto che «la società non è il risultato di un contratto», ma che, «lungi dall'essere indipendente da ogni società e da ogni tradizione, l'uomo trae la sua vita dalla tradizione e dalla società».
Per il popolo, il passato non era soltanto ciò che gli permetteva di inscriversi in una filiazione e in una continuità storiche particolari, ma ciò che gli permetteva di giudicare il valore delle innovazioni che gli venivano proposte. Da questo punto di vista, la «tradizione» era più una protezione che una costrizione. In passato, molte rivolte popolari avevano già trovato la loro origine in una volontà chiaramente manifestata di difendere le consuetudini e le tradizioni popolari contro la Chiesa, la borghesia o i principi. Il motivo di ciò è che sono le consuetudini, le tradizioni, le forme particolari della vita locale, ossia le comunità radicate, a permettere da sempre l'emersione di un mondo comune e a costituire, ugualmente da sempre, il quadro nel quale «possono dispiegarsi le strutture elementari della reciprocità e dunque, ugualmente, le condizioni antropologiche dei differenti processi etici e politici che permetteranno eventualmente di estenderne il principio fondamentale ad altri gruppi umani, se non addirittura all'intera umanità».
Questo sguardo sul passato non contraddiceva affatto l'internazionalismo o il senso dell'universale. I primi socialisti erano perfettamente coscienti che è «sempre a partire da una tradizione culturale particolare che appare possibile accedere a valori veramente universali»  e che «in pratica, l'universale non può mai essere costruito sulla rovina dei radicamenti particolari». Per dirla con lo scrittore portoghese Miguel Torga, essi pensavano che «l'universale è il locale, meno le mura». «Dal momento che solo chi è effettivamente legato alla sua comunità d'origine – alla sua geografia, alla sua storia, alla sua cultura, ai suoi modi di vivere – è realmente in grado di comprendere coloro che provano un sentimento paragonabile nei confronti della propria comunità», scrive ancora Michéa, «possiamo concluderne che il vero sentimento nazionale (di cui l'amore della lingua è una componente essenziale) non soltanto non contraddice ma, al contrario, tende generalmente a favorire quello sviluppo dello spirito internazionalista che è sempre stato uno dei motori principali del progetto socialista».
Come il patriottismo non deve essere confuso con il nazionalismo (di destra»), così l'internazionalismo non deve essere confuso con il cosmopolitismo (di «sinistra»). Poiché l'abbandono o l'oblio della propria cultura rendono incapaci di comprendere l'attaccamento degli altri alla loro, il risultato dell'universalismo astratto non è il regno del Bene universale, ma la realizzazione di un «universo ipnotico, glaciale e uniformato» il cui soggetto è quell'essere narcisistico pre-edipico, immaturo e capriccioso che è il consumatore contemporaneo.
In Francia, l'alleanza storica tra il socialismo (influenzato prima dalla socialdemocrazia tedesca e poi dal marxismo) e la «sinistra» progressista si instaura all'epoca dell'affare Dreyfus (1894). Svolta profondamente negativa. Nato dalla preoccupazione di una «difesa repubblicana» contro la destra monarchica, clericale o nazionalista, si delinea un compromesso che partorirà in primo luogo i cosiddetti «repubblicani progressisti». Si crea allora una confusione tra ciò che è emancipatore e ciò che è moderno, i due termini essendo a torto ritenuti sinonimi.
È in questo momento, scrive Michéa, che il movimento socialista è stato «progressivamente indotto a sostituire alla lotta iniziale dei lavoratori contro il dominio borghese e capitalista quella che avrebbe presto opposto – in nome del “progresso” e della “modernità – un “popolo di sinistra” e un “popolo di destra” (e, in questa nuova ottica, era evidentemente scontato che un operaio di “sinistra” sarebbe stato sempre infinitamente più vicino a un banchiere di sinistra o a un dirigente di sinistra del FMI che a un operaio, a un contadino o a un impiegato che dava i suoi voti alla destra)». Questo compromesso ha assunto due aspetti: «Da un lato, ha portato ad ancorare il liberalismo – motore principale della filosofia del Lumi – nel campo delle “forze di progresso” […] Dall'altro, ha contribuito a rendere in anticipo illeggibile l'originaria critica socialista, poiché quest'ultima sarebbe nata appunto da una rivolta contro la disumanità dell'industrializzazione liberale e l'ingiustizia del suo diritto astratto».
Allora – e soltanto allora – la causa del popolo ha cominciato a divenire sinonimo di quella di progresso, all'insegna di una «sinistra» che voleva essere anzitutto il «partito dell'avvenire» (contro il passato) e l'annunciatrice dei «domani che cantano», ossia della modernità in marcia. Soltanto allora si è reso necessario, quando ci si voleva situare «a sinistra», ostentare un «disprezzo di principio per tutto ciò che aveva ancora il marchio infamante di “ieri” (il mondo tenebroso del paese d'origine, delle tradizioni, dei “pregiudizi”, del “ripiegamento su se stessi” o degli attaccamenti “irrazionali” a esseri e luoghi)». Il movimento socialista, e poi comunista, riprenderà dunque per proprio conto l'ideale «progressista» del produttivismo ad oltranza, di quel progetto industriale e iperurbano che ha completato lo sradicamento delle classi popolari, rendendole ancora più vulnerabili all'influenza della Forma-Capitale. (Il che spiega anche che quell'ideale abbia ricevuto una migliore accoglienza tra gli operai già sradicati che tra i contadini).
D'ora innanzi, per difendere il socialismo, bisognava credere alla promessa di una marcia in avanti dell'umanità verso un universo radicalmente nuovo, governato soltanto dalle leggi universali della ragione. Per essere «di sinistra», bisognava classificarsi tra coloro che, per principio, rifiutano di guardare indietro, così come fu intimato a Orfeo. (Di qui il titolo del libro di Jean-Claude Michéa: disceso nel regno dei morti con la speranza di ritrovare Euridice e di riportarla nel mondo dei vivi, Orfeo si vede proibire da Ade di voltarsi indietro, altrimenti perderà per sempre la sua bella. Beninteso, egli violerà all'ultimo momento questa proibizione). A questa deriva, in cui vede a giusta ragione un'impostura, si oppone Michéa con una fermezza pari al suo talento.
Separato dalle sue radici, il movimento operaio è stato nello stesso tempo privato delle condizioni e dei mezzi della sua autonomia. Come aveva ben visto George Orwell, la religione del progresso priva infatti l'uomo della sua autonomia nel momento stesso in cui pretende di garantirla emancipandolo dal passato. Orbene, sottolinea Michéa, «dal momento in cui un individuo (o una collettività) è stato spossessato dei mezzi della sua autonomia, non può più perseverare nel suo essere se non ricorrendo a protesi artificiali. Ed è appunto questa vita artificiale (o “alienata”) che il consumo, la moda e lo spettacolo hanno il compito di offrire a titolo di compensazione illusoria a tutti coloro la cui esistenza è stata così mutilata».
Poiché la sinistra si considera innovatrice, il capitalismo sarà nello stesso tempo denunciato come «conservatore». Altra deriva fatale, perché la Forma-Capitale è tutto tranne che conservatrice! Marx aveva già mostrato bene il carattere intrinsecamente «progressista» del capitalismo, cui riconosceva il merito di aver soppresso il feudalesimo e annegato tutti gli antichi valori nelle «gelide acque del calcolo egoistico». A questo tratto fondante se ne aggiunge un altro, tipico delle forme moderne di questo stesso capitalismo. «Una economia di mercato integrale», spiega Michéa, «può funzionare durevolmente solo se la maggior parte degli individui ha interiorizzato una cultura della moda, del consumo e della crescita illimitata, cultura necessariamente fondata sulla perpetua celebrazione della giovinezza, del capriccio individuale e del godimento immediato […] Dunque, è proprio il liberalismo culturale (e non il rigorismo morale o l'austerità religiosa) a costituire il complemento psicologico e morale più efficace di un capitalismo di consumo». Ora, diventando «di sinistra», il socialismo ha fatto suoi anche i principi del liberalismo culturale. La sinistra «permissiva» è così divenuta il naturale humus di espansione della Forma-Capitale. È il capitalismo che permette meglio di «godere senza ostacoli»!
Per decenni, sotto l'etichetta di «sinistra», si troveranno dunque associate, in una permanente ambiguità, due cose totalmente differenti: da una parte, la giusta protesta morale della classe operaia contro la borghesia capitalista, e, dall'altra, la credenza liberale borghese in una teoria del progresso la quale afferma, in linea di massima, che «prima» non ha potuto che essere peggiore e che «domani» sarà necessariamente migliore. In effetti, il movimento socialista è veramente degenerato dal momento in cui è divenuto «progressista», ossia a partire dal momento in cui ha aderito alla teoria (o alla religione) del progresso – cioè alla metafisica dell'illimitato – che costituisce il cuore della filosofia dei Lumi, e dunque della filosofia liberale. Essendo la teoria del progresso intrinsecamente legata al liberalismo, la «sinistra», diventando «progressista», si condannava a confluire un giorno o l'altro nel campo liberale. Il verme era nel frutto. Il liberalismo culturale annunciava già il capovolgimento nel liberalismo economico. L'ultimo bastione a cedere è stato il partito comunista, che ha progressivamente smesso di svolgere il ruolo che in passato ne aveva decretato il successo: fornire «alla classe operaia e alle altre categorie popolari un linguaggio politico che permettesse loro di vivere la loro condizione con una certa fierezza e di dare un senso al mondo che avevano sotto gli occhi».
Ciò che Michéa dice della sinistra potrebbe, beninteso, essere detto della destra, con una dimostrazione inversa: la sinistra ha aderito al liberalismo economico perché era già acquisita all'idea di progresso e al liberalismo «societale», mentre la destra ha aderito al liberalismo dei costumi perché ha prima adottato il liberalismo economico. È, infatti, completamente illusorio credere che si possa essere durevolmente liberali sul piano politico o «societale» senza finire col diventarlo anche sul piano economico (come crede la maggioranza delle persone di sinistra) o che si possa essere durevolmente liberali sul piano economico senza finire col diventarlo anche sul piano politico o «societale» (come crede la maggioranza delle persone di destra). In altri termini, c'è un'unità profonda del liberalismo. Il liberalismo forma un tutto. Alla stupidità delle persone di sinistra che ritengono possibile combattere il capitalismo in nome del «progresso», corrisponde l'imbecillità delle persone di destra che ritengono possibile difendere al contempo i «valori tradizionali» e un'economia di mercato che non smette di distruggerli: «Il liberalismo economico integrale (ufficialmente difeso dalla destra) reca in sé la rivoluzione permanente dei costumi (ufficialmente difesa dalla sinistra), proprio come quest'ultima esige, a sua volta, la liberazione totale del mercato». Ciò spiega che destra e sinistra confluiscano oggi nell'ideologia dei diritti dell'uomo, il culto della crescita infinita, la venerazione dello scambio mercantile e il desiderio sfrenato di profitti. Il che ha almeno il merito di chiarire le cose.
La sinistra si è molto presto convinta che la globalizzazione del capitale rappresentava una evoluzione ineluttabile e un avvenire insuperabile, con la politica che, nello stesso tempo, si adattava alla globalizzazione economica e finanziaria. Il grande divorzio tra il popolo e la sinistra ne è stata la conseguenza più clamorosa.
Il Club Jean Moulin aveva aperto la strada negli anni sessanta. La «seconda sinistra» rocardiana negli anni settanta, la Fondazione Saint-Simon negli anni ottanta hanno approfondito la breccia attraverso la quale la sinistra ha cominciato a puntare sulla «società civile» contro lo Stato e a confluire nel modello del mercato. Nella stessa epoca, il liberalismo culturale trionfa, il che si traduce in uno spostamento dei dibattiti politici verso le poste in gioco della società e verso nuovi gruppi sociali in via di autonomizzazione (donne, immigrati, omosessuali, ecc.). Infine, il denaro si impone come equivalente universale nell'ambito dei valori. «Il vincitore», ha osservato Jacques Julliard, «fu Alain Minc […] il quale aveva compreso che, assumendo le idee della seconda sinistra, si poteva fare un buonissimo deal con il neocapitalismo che si stava imponendo».
È emersa così una sinistra «i cui dogmi sono l'antirazzismo, l'odio dei limiti, il disprezzo del popolo e l'elogio obbligatorio dello sradicamento». È così che l'immaginario della «sinistra moderna» – simboleggiata in Francia da Le Monde, Libération, Les Inrockuptibles e altri insigni rappresentanti del «circolo della ragione» ideologicamente dominante – è arrivato a confondersi con quelli dei padroni della BCE e del Fondo monetario internazionale. Ed è altresì per questo che «dietro la convinzione un tempo emancipatrice che non si arresta il progresso, [è diventato] sempre più difficile ascoltare qualcosa di diverso dall'idea, attualmente dominante, secondo la quale non si arrestano il capitalismo e la globalizzazione». Ormai, la sinistra celebra la crescita, ossia la produzione di merci all'infinito, negli stessi termini dei liberali. Là dove gli uni parlano di «deterritorializzazione» (alla maniera di Deleuze-Guattari o di Antonio Negri), gli altri parlano di «delocalizzazioni». Per quanto concerne l'immigrazione, esercito di riserva del capitale, la sinistra «moderna» usa lo stesso linguaggio di Laurence Parisot («meticciato» e «nomadismo» trasformati in norme). Influenzata da coloro che hanno «distrutto il socialismo convertendolo nell'individualismo dei diritti universali e del liberalismo integrale» (Hervé Juvin), il nemico non è più il capitalismo che sfrutta il lavoro vivo degli uomini, ma il «reazionario» che ha il torto di rimpiangere il passato.
«È dunque normale», prosegue Michéa, «che la sinistra “civica” (quella che ha rotto con ogni sensibilità popolare e socialista) appaia oggi come il luogo politico privilegiato dove sono elaborate tutte le trasformazioni giuridiche e di civiltà richieste dal mercato mondiale. Insomma, essa non è altro che il pesce-pilota del capitalismo senza frontiere o, se si preferisce, l'avanguardia culturale militante della destra liberale».
I «valori» della sinistra non sono più valori socialisti, ma valori «progressisti»: immigrazionismo, apertura o soppressione delle frontiere, difesa del matrimonio omosessuale, depenalizzazione di certe droghe, ecc., tutte opzioni con le quali la classe operaia è in completo disaccordo o di cui si disinteressa totalmente. Per la sinistra «moderna», che realizza l'alleanza dei funzionari, delle classi borghesi superiori, degli immigrati e dei radical chic, «rifiutare l'oscura eredità del passato (che, a priori, non può non richiamare atteggiamenti di “pentimento”), combattere tutti i sintomi della febbre “identitaria” (ossia, in altri termini, tutti i segni di una vita collettiva radicata in una cultura particolare) e celebrare all'infinito la trasgressione di tutti i limiti morali e culturali tramandati dalle precedenti generazioni (il regno compiuto dell'universale liberale-paolino dovendo coincidere, per definizione, con quello dell'indifferenziazione e dell'illimitatezza assolute) è tutt'uno». Non si parla più del capitalismo o della lotta di classe, e ovviamente di quella anticaglia della rivoluzione. Persino il partito comunista ha quasi soppresso la parola «socialismo» dal suo vocabolario. Avendo perduto la sua identità ideologica, non è più in grado di influenzare la corrente socialdemocratica da cui dipende elettoralmente.
Poiché l'obiettivo non è più lottare contro il capitalismo, ma combattere tutte le forme di preoccupazione identitaria, regolarmente descritte come il risorgere di una mentalità reazionaria e arretrata, «ciò spiega», constata Jean_Claude Michéa, «che il “migrante” sia progressivamente divenuto la figura redentrice centrale di tutte le costruzioni ideologiche della nuova sinistra liberale, sostituendo l'arcaico proletario, sempre sospetto di non essere abbastanza indifferente alla sua comunità originaria o, a più forte ragione, il contadino, che il suo legame costitutivo con la terra destinava a diventare la figura più disprezzata – e più derisa – della cultura capitalistica». La sinistra cerca dunque un «popolo di ricambio». La fondazione Terra Nova, fondata nel 2008 da persone vicine a Dominique Strauss-Kahn e presieduta dal socialista Olivier Ferrand, si è resa celebre pubblicando, nel maggio 2011, un rapporto che suggerisce al partito socialista di rifondare la sua base elettorale su un'alleanza tra le classi agiate e le «minoranze» delle periferie, abbandonando operai e impiegati ai loro «valori di destra» (critica dell'immigrazione, protezionismo economico e sociale, promozione di norme forti e di valori morali, lotta contro l'assistenzialismo, ecc.). Il testo del rapporto è molto chiaro: «Contrariamente all'elettorato storico della sinistra, coalizzato dalle poste in gioco socio-economiche, questa Francia di domani è unificata anzitutto dai suoi valori culturali progressisti». «Tra i due perdenti della globalizzazione – gli immigrati ghettizzati e i modesti salariati minacciati – la sinistra in stile Terra Nova sostiene ormai i primi a scapito dei secondi».
Non è quindi sorprendente che il popolo si distolga da una sinistra affascinata più dal people e dalla «plebaglia» che dai lavoratori, che si dichiara per la globalizzazione, sebbene quest'ultima sia anzitutto quella del capitale, si interessa più alle iniziative «civiche» che alle trasformazioni strutturali, alla società protettiva del care più che alla giustizia sociale, alla vita associativa più che alla politica, allo spettacolo mediatico più che alla sovranità del popolo, al consenso sociale più che alla lotta di classe – e, come i liberali, concepisce l'interesse generale solo come semplice somma degli interessi particolari. Il popolo non si riconosce più in una sinistra che ha sostituito l'anticapitalismo con un simulacro di «antifascismo», il socialismo con l'individualismo radical chic e l'internazionalismo con il cosmopolitismo o l'«immigrazionismo», prova solo disprezzo per i valori autenticamente popolari, cade nel ridicolo celebrando al contempo il «meticciato» e la «diversità» , si sfinisce in pratiche «civiche» e in lotte «contro tutte le discriminazioni» (con la notevole eccezione, beninteso, delle discriminazioni di classe) a solo vantaggio delle banche, del Lumpenproletariat e di tutta una serie di marginali.
Non è sorprendente nemmeno che il popolo, così deluso, si volga frequentemente verso movimenti descritti con disprezzo come «populisti» (uso peggiorativo che manifesta un evidente odio di classe). Citiamo ancora Michéa: «Tra la rappresentazione colpevolizzante della società ormai imposta dalla sociologia ufficiale (una minoranza di esclusi, relegati nei “ghetti etnici”, sottomessi a tutte le persecuzioni possibili e accerchiati da una Francia “di villette” che si presume appartenere alle classi medie) e l'oscura realtà vissuta da queste categorie popolari, al contempo maggioritarie e dimenticate, la distanza è divenuta assolutamente surreale. Il risultato è che le principali vittime degli aspetti nocivi della globalizzazione non trovano più nel linguaggio politicamente corretto della sinistra moderna la minima possibilità di tradurre la loro esperienza vissuta». «Minando alla base ogni possibilità di legittimare un qualunque giudizio morale (e, di conseguenza, rifiutando simultaneamente di comprendere l'uso popolare delle nozioni di merito e responsabilità individuale), la sinistra progressista si condanna inesorabilmente a consegnare ai suoi nemici di destra interi pezzi di quelle classi popolari che, a modo loro, non domandano altro che di vivere onestamente in una società decente […] In realtà, è proprio la stessa sinistra ad aver scelto, verso la fine degli anni settanta, di abbandonare al loro destino le categorie sociali più modeste e sfruttate, volendo ormai essere “realista” e “moderna”, ossia rinunciando in anticipo a ogni critica radicale del movimento storico che, da oltre trent'anni, seppellisce l'umanità sotto un “immenso accumulo di merci” (Marx) e trasforma la natura in deserto di cemento e acciaio».
Georges Sorel diceva che «il sublime è morto nella borghesia, che è dunque condannata a non avere più una morale». Anche Michéa parla di morale. Ma qui non si tratta del «sublime», bensì della decenza comune (common decency) tanto spesso celebrata da Orwell.
«È morale», diceva Emile Durkheim, «tutto ciò che è fonte di solidarietà, tutto ciò che costringe l'uomo a tenere conto dell'altro, a regolare i propri movimenti su qualcosa di diverso dagli impulsi del proprio egoismo». «Ciò spiega», aggiunge Michéa, «che la rivolta dei primi socialisti contro un mondo fondato sul solo calcolo egoistico sia stata così spesso sostenuta da una esperienza morale». Si pensi alla «virtù» celebrata da Jaurès, alla «morale sociale» di cui parlava Benoît Malon. La «decenza comune», che è mille miglia lontana da ogni forma di ordine morale o di puritanesimo moralizzatore, è infatti uno dei tratti principali della «gente normale» ed è nel popolo che la si trova più comunemente diffusa. Essa implica la generosità, il senso dell'onore, la solidarietà ed è all'opera nella triplice obbligazione di «dare, ricevere e restituire» che per Marcel Mauss era il fondamento del dono e del controdono. A partire da essa, si è espressa in passato la protesta contro l'ingiustizia sociale, perché permetteva di percepire l'immoralità di un mondo fondato esclusivamente sul calcolo interessato e la trasgressione permanente di tutti i limiti. Ma è altresì essa che, oggi, protesta con tutta la sua forza contro quella sinistra «moderna» di cui un Dominique Strass-Kahn è il simbolo e nella quale non si riconosce più. «Da questo punto di vista», scrive Michéa, «il progetto socialista (o, se si preferisce l'altro termine utilizzato da Orwell, quello di una società decente) appare proprio come una continuazione della morale con altri mezzi».
Come si è capito, Michéa non critica la sinistra da un punto di vista di destra – e ce ne rallegriamo – bensì in nome dei valori fondanti del socialismo delle origini e del movimento operaio. Tutta la sua opera si presenta, d'altronde, come uno sforzo per ritrovare lo spirito di questo socialismo delle origini e porre le basi del suo rinnovamento nel mondo di oggi. Assumendo la difesa della «gente normale», egli rifiuta anzitutto che si screditino valori di radicamento e strutture organiche che, in passato, sono stati spesso l'unica protezione di cui disponevano i più poveri e i più sfruttati.
Non è un punto di vista isolato. Il percorso di Jean-Claude Michéa si inscrive piuttosto in una vasta galassia, dove troviamo, in primo luogo, ovviamente, il grande George Orwell, al quale Michéa ha dedicato un libro notevole (Orwell, anarchiste tory), come pure Christopher Lasch, teorico di un «populismo» socialista e comunitario, grande avversario dell'ideologia del progresso , di cui ha contribuito più di chiunque altro a far conoscere il pensiero in Francia. Vi troviamo anche, per citare solo pochi nomi, il giovane Marx critico dei «diritti dell'uomo», i primi socialisti francesi, William Morris, Charles Péguy e Chesterton, l'Antonio Gramsci che sottolinea l'importanza delle culture popolari, il Pasolini degli Scritti corsari (colui che diceva: «Ciò che ci spinge a tornare indietro è umano e necessario tanto quanto ciò che ci spinge ad andare avanti»), Clouscard e la sua critica dei liberali-libertari, Jean Baudrillard e la sua denuncia della «sinistra divina», i films di Ken Loach e di Guédiguian, la canzoni di Brassens, senza dimenticare Walter Benjamin, Cornelius Castoriadis, Jaime Semprun, Anselm Jappe, Serge Latouche , ecc.
Michéa paragona il liberalismo a un nastro di Möbius, che presenta una «faccia destra» e una «faccia sinistra», ma senza alcuna soluzione di continuità. Ciò significa che tra borghesia di destra e borghesia di sinistra, entrambe eredi della filosofia liberale dei Lumi, ci saranno sempre più affinità oggettive che tra ciascuna di queste borghesie e gli antiborghesi del loro campo. E viceversa, che esiste una complementarità altrettanto naturale tra coloro che difendono il popolo contro la borghesia sfruttatrice, si situino essi ancora a sinistra o provengano da destra. È ciò che constata Michéa quando scrive: «Poco importa, in verità, sapere da quale tradizione storica ciascuno ha tratto le particolari ragioni che lo inducono a rispettare i principi della decenza comune e a indignarsi per la loro permanente violazione ad opera del sistema capitalistico». In un'epoca in cui la sinistra intende più che mai raccogliere le «forze di progresso», egli non esita a ad aggiungere che è «la patetica incapacità di assumere [la] dimensione conservatrice della critica anticapitalistica a spiegare, in larga parte, il profondo smarrimento ideologico (per non dire il coma intellettuale irreversibile) nel quale l'insieme della sinistra moderna è oggi immersa».
Non avete ancora letto Michéa?
Soprattutto, non dite che un giorno lo leggerete.
Leggetelo subito. Immediatamente!

domenica 25 febbraio 2018

Il 4 marzo si vota anche in Svizzera: ecco come funzionano lo stato e la democrazia in un paese Federalista





Il 4 marzo si vota anche in Svizzera: ecco come funzionano lo stato e la democrazia in un paese Federalista


In Svizzera il 4 marzo si svolgeranno due votazioni per cambiare la Costituzione. Si tratta:


1) Di un “referendum obbligatorio” su un decreto approvato il 16 giugno 2017 dalle due Camere riunite in assemblea. I due terzi dei soldi che oggi incassa la Confederazione (da qui in avanti la chiamo “lo Stato”, così è più chiaro) sono generati dall’IVA e da una “imposta federale diretta sui redditi”. Le entrate totali dello Stato Svizzero nel 2015 sono state 67,58 miliardi di franchi, di cui 43 generati da IVA (per la maggior parte dei beni l’IVA è dell’8 per cento) e dalla imposta sui redditi, che è dell’8,5 per cento sugli utili delle imprese, mentre i redditi delle persone fisiche sono tassati con una aliquota progressiva che arriva al massimo all’11,5 per cento. Il diritto dello Stato di incassare questi soldi è previsto nella Costituzione, ma non è eterno. C’è un limite temporale che i Cantoni e i cittadini svizzeri rinnovano periodicamente. L’ultimo rinnovo (se non sbaglio era il nono) copriva il periodo dal 2007 al 2020. Dunque lo Stato Svizzero fino al 2020 ha il diritto di incassare questi quattrini, ma se tra dieci giorni i cittadini e i Cantoni non approveranno il nuovo prolungamento dell’attuale ordinamento finanziario , che è previsto fino al 2035 dal decreto oggetto del “referendum obbligatorio” del 4 marzo, lo Stato Svizzero dal primo gennaio 2021 non incasserà più né l’IVA né l’imposta federale sui redditi. Lo Stato perderebbe in questo modo circa il 63% delle sue entrate.


Il decreto delle due Camere sarà sicuramente approvato, ma io trovo fantastico che siano i cittadini a decidere quanti soldi dare allo Stato perché svolga i compiti che gli enti territoriali (i Cantoni) gli delegano. Questo è importante: non dimentichiamo che in quel fortunato paese la sovranità non è dello Stato centrale ma è degli enti territoriali. Sono loro, i Cantoni, i titolari della sovranità. Non lo Stato! E sono loro che decidono quali compiti delegare allo Stato, che in questo modo non è un “padreterno contro natura” come da noi, ma è al servizio degli enti territoriali e svolge i compiti che gli vengono delegati. Ho scritto sopra che nel 2015 tutte le entrate dello Stato Svizzero sono state di 67,58 miliardi di franchi. Ebbene, questa cifra il nostro paese la spende per pagare 267 giorni di interessi passivi sul debito pubblico! E per favore non venite a dirmi che “la Svizzera è piccola”. La Svizzera è grande il doppio della Lombardia e più o meno abbiamo gli stessi abitanti: quindi io la situazione della Lombardia la confronto con la Svizzera. Ed è per questo che spero che Fontana, Gori e gli altri futuri consiglieri della Regione Lombardia dopo il 4 marzo lavorino assieme per i cittadini invece di perdere tempo ed energie in assurde “lotte”, polemiche e dispetti. Il Federalismo è anche questo: “diversi” che lavorano assieme per realizzare un obiettivo comune. Questa è un’altra delle cose che dovremmo imparare dai nostri vicini rossocrociati. Oggi i membri del governo della Svizzera rappresentano i quattro partiti maggiormente votati alle ultime elezioni: l’UDC (Unione democratica di centro, che alle ultime elezioni ha ottenuto il 29 per cento), il PS (Partito socialista svizzero, 19 per cento), il PLR (i liberali radicali, 16 per cento) e il PPD (il Partito popolare democratico, 12 per cento). In totale: 76 per cento. Noi perdiamo tempo a blaterare di “inciuci” mentre il paese cola a picco, loro, pur essendo diversissimi tra di loro, lavorano assieme per i cittadini!


2) Di una “iniziativa popolare”* per cambiare l’articolo 93 della Costituzione. Si tratta non solo di abolire il canone radiotelevisivo di 451 franchi che oggi si paga in Svizzera ma anche di modificare l’articolo 93 della Costituzione (“Radiotelevisione”) in modo che lo Stato non sovvenzioni alcuna emittente radiotelevisiva, non gestisca emittenti proprie e metta all’asta le concessioni. I giovani liberali che hanno raccolto le 100.000 firme necessarie per mettere in votazione questo cambiamento della Costituzione ritiene: a) che oggi, grazie al canone, la SSR (Società Svizzera di Radiotelevisione) gode di una posizione privilegiata e ostacola le emittenti private; e che b) l’abolizione del canone consentirebbe una concorrenza più leale. Il canone di 451 franchi corrisponde a circa 390 euro, è senz’altro il più alto d’Europa, ed è necessario perché si tratta di rispettare quattro lingue (Tedesco, Francese, Italiano e Romancio) e più di quattro differenti culture, storie e tradizioni. Il Governo e le due Camere del Parlamento raccomandano di respingere questa rivoluzionaria iniziativa popolare, ma il voto del Parlamento non è stato alla unanimità. Infatti il Consiglio Nazionale ha respinto l’iniziativa con 129 voti, contro 33 favorevoli e 32 astensioni, mentre il Consiglio degli Stati ovviamente ha decisamente respinto l’iniziativa dei giovani liberali con 41 voti contro 2 favorevoli e 1 astensione. Credo che questa iniziativa popolare il 4 marzo sarà respinta, ma siamo abbastanza sul filo di lana. E’ interessante vedere gli argomenti a favore e quelli contrari.


Il comitato di iniziativa dice, tra le altre cose: 1) Se il canone venisse abolito, nelle tasche delle famiglie resterebbero ogni anno 451 franchi in più da spendere liberamente. 2) L’abolizione del canone stimolerebbe l’economia svizzera perché il potere d’acquisto aumenterebbe di 1,37 miliardi di franchi all’anno. 3) L’eliminazione del canone genererebbe una SSR (Società Svizzera di Radiotelevisione) libera e indipendente, perché attualmente è il Governo che stabilisce l’importo del canone e che nomina direttamente alcuni membri del consiglio d’amministrazione della società. C’è dunque, a giudizio dei giovani liberali, un rapporto di dipendenza “malsano” tra la SSR e lo Stato. Abolire il canone obbligatorio significherebbe consentire a una SSR libera di esercitare il proprio ruolo di “quarto potere” e di seguire con occhio critico l’operato della potente classe politica senza dover temere di perdere una grossa fetta delle proprie entrate. 4) La gestione dei proventi del canone oggi è una responsabilità dello Stato e i cittadini che hanno raccolto le firme di questa iniziativa popolare considerano spropositati certi stipendi. Per esempio, quello del direttore generale della SSR di 536.314 franchi nel 2016 (circa 465 mila euro). Con linguaggio poco “svizzero” leggo dichiarazioni di questo tenore: “E’ ora di dire basta a questo furto ai danni del Popolo”.


Alcuni degli argomenti per il “no” del Governo invece sono questi: 1) “L’iniziativa esige il passaggio a un sistema di finanziamento della radio e televisione puramente commerciale. Buona parte dell’attuale offerta, tuttavia, non può finanziarsi esclusivamente sul mercato. L’iniziativa minaccia la sopravvivenza della SSR come pure di numerose altre emittenti radiotelevisive e condurrebbe a un significativo impoverimento dell’offerta: molte trasmissioni sulla Svizzera scomparirebbero”. 2) “La SSR e le radio locali e tv regionali con partecipazione al canone offrono al pubblico di tutte le quattro regioni linguistiche un’ampia gamma di trasmissioni e danno spazio alle varie opinioni. Senza il canone, questa offerta verrebbe drasticamente ridotta. In un Paese a democrazia diretta come la Svizzera un’informazione pluralistica ed equivalente in tutte le regioni è invece essenziale per la formazione delle opinioni; è un servizio prestato ai cittadini e un utile riferimento. 3) Più è piccolo il mercato, tanto più pesanti sarebbero le ripercussioni della eliminazione del canone. Le regioni periferiche verrebbero tagliate fuori, poiché il loro pubblico e i loro introiti pubblicitari non basterebbero a coprire gli elevati costi fissi di produzione delle trasmissioni. 4) Se l’iniziativa venisse accettata e si passasse a un sistema di finanziamento puramente commerciale, il grado di dipendenza da finanziatori privati e gruppi imprenditoriali esteri aumenterebbe, e con esso il pericolo di ingerenze politiche. 5) La Svizzera sarebbe il primo Paese in Europa ad abolire il servizio pubblico nel settore della radio e della televisione. Promuovendo un orientamento esclusivo al mercato, l’iniziativa accetta l’eventualità che la qualità diminuisca e che si produca soltanto ciò che è redditizio. Si assisterebbe così a uno smantellamento dell’offerta contrario allo spirito Federale della Svizzera, che è quello di garantire a tutte le lingue un’offerta equivalente.


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* Ricordo che dal 1891 gli aventi diritto di voto possono chiedere di sottoporre a votazione popolare una loro proposta di modifica della Costituzione. Per la riuscita formale di una “iniziativa popolare” sono necessarie le firme di 100 mila aventi diritto di voto, raccolte entro il termine di 18 mesi. Il Consiglio federale (vale a dire il Governo) e il Parlamento raccomandano di accettarla o di respingerla. E poi si vota. Le “iniziative” non sono emanate dal Parlamento o dal Governo, ma dai cittadini. Sono un elemento motore della democrazia diretta. Con l’iniziativa popolare i cittadini possono chiedere una modifica della Costituzione, non però di una legge. Per approvare nuove leggi o per modificarle ci sono i “referendum facoltativi”, per i quali bastano 50 mila firme. Questi referendum facoltativi valgono anche per i trattati internazionali. Le 50 mila firme devono essere raccolte in 100 giorni. Per la validità delle votazione basta la maggioranza semplice, senza quorum. I referendum facoltativi sono stati introdotti nel 1874.


di Giancarlo Pagliarini, in Politica, Quotidiano, del

lunedì 6 novembre 2017

Elezioni in Sicilia, vince Musumeci con il 39,8%. A Cancelleri il 34,7%. Sconfitta pesante per il centrosinistra



Successo del centrodestra sul Movimento 5 stelle. Micari si ferma al 18,7%, Fava al 6,1%


ARTICOLO INTEGRALE  VAI AL SITO LA REPUBBLICA:IT


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LA NUOVA ASSEMBLEA REGIONALE

lunedì 16 ottobre 2017

Mobilità, sicurezza, ambiente e cultura: Milano e San Paolo rafforzano gli ambiti della collaborazione

Si è svolto a Palazzo Marino l’incontro tra i rappresentanti delle due Amministrazioni, per ribadire l’impegno preso nel 1961.
sanpaolo.jpg
Milano, 13 ottobre 2017 – Mobilità, sicurezza, ambiente e cultura. Sono questi gli ambiti su cui le città di Milano e di San Paolo si sono impegnate a lavorare insieme, in vista di un futuro accordo di collaborazione, per dare forma sempre più concreta al gemellaggio che le vede unite dal 1961.
Per quanto differenti nelle dimensioni, infatti, Milano e San Paolo sono città innovative, dinamiche e attrattive, un punto di riferimento sia per le rispettive aree metropolitane sia per i rispettivi Paesi, l’Italia e il Brasile.
I rappresentanti delle due Amministrazioni si sono incontrati questa mattina a Palazzo Marino, dove hanno discusso delle sfide che entrambe le città sono chiamate ad affrontare e della possibilità di condividere soluzioni pratiche a problemi comuni: dall’efficienza del sistema di raccolta dei rifiuti milanese che la città brasiliana considera un modello da replicare all’azione coordinata sul fronte della sicurezza.
L’incontro di oggi segna dunque un nuovo passo avanti nella storia delle relazioni tra il capoluogo lombardo e la città brasiliana.

mercoledì 11 ottobre 2017

La Catalogna di fronte all'Europa




Rajoy chiede chiarimenti, Psoe accusa Puigdemont



Non è piaciuta a nessuno la dichiarazione d’indipendenza a ‘metà’ del presidente Puigdemont, non ha soddisfatto gli indipendentisti così come non è stata gradita da Madrid. Dopo il discorso ddi Barcellona, ora a rispondere è il premier Mariano Rajoy che chiede chiarimenti a Carles Puigdemont sulla dichiarazione (o meno) dell’indipendenza della Catalogna.
“Il Consiglio dei ministri ha concordato di chiedere formalmente alla Generalitat di confermare se ha dichiarato l’indipendenza della Catalogna”, è questo il comunicato che arriva alla fine dei lavori del consiglio dei Ministri straordinario convocato mercoledì mattina sulla crisi catalana, il giorno dopo l’atteso discorso del presidente catalano.
In seguito si valuterà come procedere, compreso il ricorso all’articolo 155 della Costituzione, che prevede la sospensione dell’autonomia di una regione e di cui “la richiesta di chiarezza” è il primo passo formale. L’articolo 155 non specifica infatti quali ‘poteri speciali’ possano essere esercitati dal governo spagnolo, che sembra così essere autorizzato a mettere in campo qualunque strumento per porre rimedio alla questione e obbligare la Catalogna “all’adempimento forzato” degli “obblighi imposti dalla Costituzione o dalle altre leggi”.
Attraverso questo specifico articolo della Costituzione, infatti, Rajoy e il suo governo potrebbero, almeno in teoria e previa autorizzazione del Senato, adottare provvedimenti che spazierebbero dalla diminuzione dei poteri ai membri del Parlamento catalano alla sostituzione del presidente della Generalitat de Catalunya, Carles Puigdemont, con un rappresentante nominato dall’esecutivo iberico, fino alla convocazione di nuove elezioni e, addirittura e nel peggiore fra gli scenari possibili, allo scioglimento del Parlamento.
E mentre il leader di Ciudadanos, Albert Rivera, si sta orientando verso la possibile attuazione dell’articolo 155 della Costituzione, che di fatto commissaria la Catalogna, il PSOE accusa Puigdemont di aver abusato della buona fede di chi ha chiesto la mediazione e appoggia pienamente il Governo presieduto da Rajoy. Il primo ministro spagnolo si è incontrato nella notte con il leader del partito socialista Pedro Sanchez che ha ha fatto sapere che il Psoe, il principale partito di opposizione, appoggerà “le misure costituzionali” che prenderà il premier Mariano Rajoy nella crisi catalana se a risposta del presidente Carles Puigdemont al suo ultimatum sarà negativa e dichiarerà quindi ufficialmente l’indipendenza della Catalogna.

lunedì 9 ottobre 2017

Perché la Catalogna se ne vuole andare


NOTA di Giancarlo Pagliarini RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO
Buongiorno.

Questa settimana sarà cruciale per Catalogna e Spagna.

Il primo di Ottobre ho partecipato al referendum della Catalogna come “osservatore internazionale” . Nella circostanza ho avuto anche modo di discutere con membri del loro Parlamento, sia di maggioranza, che di opposizione, ed ho avuto la conferma che il momento d’inizio di tutto quello che sta succedendo in questi giorni  è il 28 giugno 2010.

In breve:

*        Dal 1978 esistono in Spagna 17 Comunità autonome. Sono previste dal Titolo VIII della Costituzione del 1978, con la quale era stato disegnato un ordinamento di tipo regionale dopo il  centralismo del periodo della dittatura franchista.         

*        Nel 1979, quattro anni dopo la morte di Franco, era stato approvato anche  lo Statuto della Catalogna

*        Per poco meno di 30 anni, dal 1979 al 2006,  in Catalogna si è lavorato  per migliorare quel testo. Nel 2006 il Parlamento Catalano , con il voto favorevole di 120 membri su 135, aveva presentato il testo di un nuovo Statuto al governo di Madrid.

*        Le due Camere del Parlamento Spagnolo lo avevano esaminato, emendato e approvato. Mariano Rajoy era all’opposizione

*        Dopo l’approvazione di Madrid il 18 Giugno 2006 quel testo era stato approvato con referendum dal popolo Catalano. I voti favorevoli erano stati del 73,9%, e il re lo aveva firmato.

*        Tutto a posto? Purtroppo no: Mariano Rajoy va al governo, vengono raccolte delle firme e il 28 Giugno 2010 la corte costituzionale riscrive 14 articoli e cambia l’interpretazione di altri 27  articoli di quello  Statuto che era stato approvato quattro anni prima dal Parlamento Spagnolo

*        Se la corte costituzionale non avesse disatteso, dopo quattro anni, la decisione del Parlamento Spagnolo adesso la situazione sarebbe diversa. Jacopo Rosatelli ha scritto sul Manifesto dell’8 Ottobre che  “la separazione dal resto della Spagna era un’opzione difesa da settori ultra-minoritari”. La sentenza della corte costituzionale del 28 Giugno 2010 ha quadruplicato il numero dei secessionisti e gli interventi e le botte dispensate dalla  Guardia Civile l’1 Ottobre hanno fatto crescere il loro numero al 70-80%  stimato in questi giorni. Per la cronaca, tutti i “secessionisti” con cui ho discusso non mi hanno parlato di tasse o di economia: la parola più ripetuta era “dignità”.

 

Le allego  un articolo che ho appena pubblicato su questo argomento.

 

Con viva cordialità





Perché la Catalogna se ne vuole
andare
Ecco la lunga storia del rapporto tormentato tra
Barcellona e Madrid, tra richieste di autodeterminazione
e protervia centralista. Fino alla data chiave del 28
giugno 2010, quando la Corte Costituzionale annulla
anche lo Statuto di Autonomia. È lo strappo finale, e
l'esito ultimo è il referendum...
di Giancarlo Pagliarini

In questi giorni la Catalonia è sulle prime pagine di tutti i giornali. Domenica 1 Ottobre in Catalonia
è stata scritta una importantissima pagina di storia. Vediamo come si è arrivati al referendum,
anche perché non tutti sanno che “è tutta colpa del 28 Giugno 2010”.
1) Nel 1931 era stata proclamata la Repubblica Catalana all’interno della Federazione iberica. Lo
ricordo perché mi da molto fastidio leggere che i Catalani adesso vogliono la secessione perché sono
ricchi e non vogliono mantenere i territori più poveri. È una sciocchezza.
2) Quella autoproclamazione preoccupò il governo provvisorio della nuova Seconda Repubblica
Spagnola. Quei signori erano meno (autocensura) di Mariano Rajoy e del re Filippo VI e
mandarono a Barcellona tre ministri con il compito di trovare una mediazione. Fu così che nacque la
Generalitat de Catalunya, dotata forme di autonomia
3) Ometto il resto. Conclusa la Guerra civile spagnola nel 1939, la dittatura militare abrogò le
istituzioni catalane, più di 200 mila andarono in esilio, il Presidente della Catalonia Lluis Companys
venne giustiziato, venne perfino vietato l’uso della lingua catalana eccetera eccetera. In pratica
da quel momento in Catalonia dovevi avere il permesso di Madrid anche per respirare.
4) Nel Dicembre 1978 si approva la nuova Costituzione e il regime franchista si converte in una
monarchia parlamentare. Silvia Ragusa scrive su Linkiesta del 2 Ottobre 2017: “… il primo ottobre
non ha a che fare solo con un referendum per l’indipendenza: la Catalogna si ribella contro un partito
popolare che in quegli anni agglutinava ex dirigenti franchisti,…. In quarant’anni di democrazia,
nessun politico, né del partito popolare, né del partito socialista, si è mai interrogato su alcune
questioni chiave per la democrazia spagnola: indire un referendum che tasti il polso delle
preferenze attuali tra una monarchia o una repubblica; abbattere el Valle de los Caídos, dove ancora
oggi giace preservato il dittatore….”
5) Lo Statuto di autonomia della Catalonia è del 1979. Ma non piace ai Catalani, non è rispettato
dallo stato centrale e non identifica le caratteristiche e la diversità della Catalonia all’interno
di una Spagna pluralistica
6) Elezioni del 2003: l’88% degli eletti nel parlamento della Catalonia sono a favore di un nuovo
Perché la Catalogna se ne vuole andare - L'intraprendente | L'intraprendente 06/10/17, 21)27
http://www.lintraprendente.it/2017/10/perche-la-catalogna-se-ne-vuole-andare/ Pagina 2 di 3
Statuto di autonomia che sostituisca quello del 1979. Zapatero si impegna a supportare il nuovo
Statuto che la Catalonia dovrà presentare al Parlamento di Madrid per la sua approvazione.
7) Settembre 2005. Il parlamento Catalano approva il nuovo Statuto di autonomia con 120 voti a
favore su 135 e lo presenta a Madrid. Le leggi che tanto piacciono a Mariano Rajoy e al re prevedono 1)
che il documento deve essere approvato dal parlamento di Madrid e 2) che dopo dovrà essere
approvato dai cittadini catalani con un referendum
8) Maggio 2006. Le due camere del Parlamento spagnolo approvano il nuovo Statuto di autonomia
della Catalonia, dopo averlo significativamente modificato, riducendo le libertà e la dignità della
Catalonia.
9) Giugno 2006. In Catalonia Zapatero viene criticato per non aver mantenuto le promesse
fatte nel 2003 (vedi il precedente punto 6). Il testo emendato uscito dal Parlamento di Madrid viene
comunque approvato dai cittadini col referendum del 18 Giugno 2006. Il re firma il testo che diventa
una legge ufficiale dello stato spagnolo. In quel testo la Catalonia è riconosciuta come una
“nazione” all’interno dello stato spagnolo.
10) Tutto a posto dunque? Nemmeno per sogno, perché dopo quattro anni, il 28 Giugno 2010, la
corte costituzionale, con una maggioranza di 6 membri contro 4, riscrive 14 articoli dello Statuto
di autonomia (approvato 4 anni prima dal Parlamento di Madrid ed approvato dai cittadini con
referendum!) e reinterpreta altri 27 articoli. La parola “nazione” viene cancellata. Quello che sta
succedendo in questi giorni è stato deciso da 10 signori seduti in una stanza con le porte
chiuse: incredibile! Questo perché Mariano Rajoy (a mio modesto giudizio in pieno accordo col re)
aveva cominciato subito, nel 2006, a raccogliere firme e a lavorare perché lo Statuto di Autonomia
approvato dal parlamento di Madrid fosse “assassinato”. Ci è riuscito. Ed è riuscito anche a
quadruplicare il numero degli indipendentisti Catalani.
11) Alla “Diada” dell’11 Settembre 2012 più di 1,5 milioni di cittadini protesta contro la decisione dei
dieci giudici della corte costituzionale. Come reazione alla assurda decisione di “uccidere” lo Statuto di
Autonomia si grida che la Catalonia sarà un prossimo stato membro dell’Unione Europea. Il
governo di Madrid e il re non fanno una piega, continuano a non capire niente dei Catalani.
12) Novembre 2012. Elezioni in Catalonia. 107 membri del Parlamento su 135 , a questo punto ,
anche sulla base del comportamento di Madrid, sono a favore di un referendum per l’indipendenza.
13) Marzo 2013. Il Parlamento Catalano chiede al Presidente Artur Mas di negoziare col governo di
Madrid lo svolgimento di un referendum per l’autodeterminazione della Catalonia. Il re non parla (e
in Catalonia cominciano a chiamarlo il “desaparecido”) e da Madrid arrivano solo dei no
14) Diada dell’11 Settembre 2013: una catena umana di 400 km dal nord al sud della Catalonia chiede
l’indipendenza. Da Madrid niente.
15) Gennaio 2014. Il Parlamento della Catalonia chiede formalmente al governo di Madrid di
trasferire a Barcellona i poteri necessari per organizzare un referendum sulla indipendenza, come
Westminster aveva appena fatto con la Scozia. Questa richiesta formale è stata ormai avanzata
18 volte. Diciotto!
16) Diada dell’11 Settembre 2014. È la Diada numero 300. Tutto era cominciato nel 1714. I discorsi
ufficiali si fanno alle 17 e 14 del pomeriggio. Alla Diada partecipano 1,8 milioni di cittadini. Di tutta
Europa. Con i colori giallo e rosso della magliette si forma a Barcellona una enorme V , che sta per
VOTO“. Il vertice è nella nuova piazza de las Glories e le due gambe sono lungo la Diagonal e lungo
la Gran Via. Da Madrid sempre niente.
17) 19 Settembre 2014. A differenza di Londra Madrid continua a non dare il permesso. Assurdo! E
allora il Parlamento Catalano decide di “consultare i cittadini”. Il 27 Settembre il Presidente Artur
Mas firma il decreto per la consultazione, che avverrà il 9 Novembre
18) 29 Settembre 2014: solo due giorni dopo la firma, ecco che la corte costituzionale interviene e
sospende temporaneamente anche la consultazione popolare decisa dal Parlamento
Catalano
19) 4 Ottobre 2014. 920 sindaci, su un totale di 947, vanno a Barcellona e chiedono di effettuare la
“consultazione popolare” fissata per il 9 Novembre
20) 14 Ottobre 2014. La corte costituzionale sospende temporaneamente la “consultazione popolare”?
Va bene, nessun problema, scatta il piano B. Invece di chiamarla “consultazione popolare” si decide di
chiamarla ” partecipazione dei cittadini alle decisioni” , una procedura prevista dallo Statuto di
Autonomia , quello decapitato dalla corte costituzionale il 28 Giugno 2010.
21) 4 Novembre 2014. Naturalmente la corte costituzionale sospende anche il referendum per la
“partecipazione dei cittadini alle decisioni”. Ma di cosa hanno paura? Perché continuano a impedire
ai cittadini di dire come la pensano?
22) La corte continua a bloccare tutto? Ma a Madrid non sanno di che pasta sono fatti i Catalani. In
tempo reale ecco che molte organizzazioni non governativo (NGO: non governamental
organizations) saltano fuori e sono loro che organizzano il referendum
23) 9 Novembre 2014. Si svolge il referendum . Votano più di 2,3 milioni di cittadini, con questi
risultati: 80,76% vuole l’indipendenza. 4,54% non vuole cambiare niente. 10,07% vuole cambiare
ma non necessariamente con un processo di indipendenza. Il resto sono schede nulle
24) 12 Novembre 2014. Questa volta Madrid non sta zitta. Rajoy dice che quello del 9 Novembre non
era stato un voto democratico ma un atto di propaganda politica. Avevano votato in 2,3 milioni ma
questa non sembra sia una informazione importante.
Perché la Catalogna se ne vuole andare - L'intraprendente | L'intraprendente 06/10/17, 21)27
http://www.lintraprendente.it/2017/10/perche-la-catalogna-se-ne-vuole-andare/ Pagina 3 di 3
25) 21 Novembre 2014. Lo stato spagnolo incrimina
il Presidente Mas , due dei suoi ministri e alcuni
funzionari perché non hanno bloccato il referendum e per
altri delitti.
26) 27 Settembre 2015. Si decide di fare nuove elezioni in
Catalonia. I partiti che dichiarano di volere
l’indipendenza prendono il 47,8% dei voti, e il 13,1% va a
partiti a favore del principio di “autodeterminazione”. In
totale 60,9%. Gli “unionisti” con Madrid raccolgono il
39,1%
27) Marzo 2017. L’ex Presidente Artur Mas viene
formalmente condannato per il referendum del 9
Novembre 2014. Sono in corso altri 400 processi per gli
stessi “delitti” : voler far votare i cittadini e cose
del genere.
28) 22 Maggio 2017. Il Governo della Catalonia ( il
Presidente Puigdemont, il vice Presidente Junqueras e il
ministro degli esteri Romeva) va ancora formalmente a
Madrid a chiedere di poter far parlare i cittadini. Di
poterli fare votare. Nel giro di 24 ore Rajoy risponde che
non ci sarà nessun referendum.
29) 9 Giugno 2017. A questo punto Carles Puigdemont, che è il Presidente della Catalonia dal 10
Gennaio 2016 , annuncia che i cittadini Catalani devono poter votare. Si svolgerà un Referendum e la
domanda sarà “Vuoi che la Catalonia diventi una Repubblica indipendente?
30) Il Parlamento della Catalonia approva la legge sul referendum del 1 Ottobre 2017. È la legge
numero 19/2017. Sono 34 articoli. L’articolo 1 fa riferimento ai diritti civili e politici, economici,
sociali e culturali approvati dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 19 Dicembre
1966. L’articolo 4 prevede (comma 4) che, se vinceranno i “SI” “dins els dos dies següents a la
proclamació dels resultats oficials per la Sindicatura Electoral, celebrarà una sessió ordinària per
efectuar la declaració formal de la independència de Catalunya, concretar els seus efectes i iniciar el
procés constituent”. Il comma 5 invece prevede nuove elezioni se vinceranno i “NO”. Sappiamo che
hanno stravinto i “SI” e quindi probabilmente lunedì il Parlamento proclamerà formalmente
l’indipendenza della Catalonia. Vedremo cosa succederà, senza dimenticare la (assurda!) sentenza
della corte costituzionale del 28 Giugno 2010